Tra gentiluomini

Sabato sera, stadio Westpac di Wellington. Sfida di rugby tra le due squadre nazionali più forti al mondo, questo almeno è quanto ci hanno detto gli intenditori: gli All Blacks e gli Springbok. È come dire, vado a vedere una partita di calcio tra Brasile-Germania o Argentina-Spagna. Roba da farti venire la pelle d’oca. Noi non ci capiamo un acca e così ci lasciamo trascinare dall’atmosfera. Arriviamo presto per assistere alle fasi di riscaldamento. Sul campo, a poche decine di metri, i mastini del Sudafrica. La maglietta appiccicata al corpo ti lascia immaginare i muscoli nascosti sotto. Meglio non pensarci troppo, perché altrimenti la birra che tieni in mano, buona solo a farti crescere la pancia, ti va di traverso. Poi pensi che magari potresti batterli in agilità. Invece, quando iniziano a scattare capisci che loro non caracollano, come faresti tu, ma danzano sul campo. Sono macchine caricate a molla, pronte a mangiarsi l’erba e gli avversari che incontrano sulla loro strada. Come Bongi Mbanambi, 175 centimetri e 106 chili di muscoli. Fa il tallonatore. È in prima linea nella mischia ordinata, ossia in quella ammucchiata di 16 giocatori che spingono come forsennati per far sgusciare la palla dalla propria parte. Tu, lì in mezzo, ne usciresti in barella.

Dall’altra parte del campo ci sono gli All Blacks, mostri sacri del rugby. Si vogliono prendere la rivincita dall’ultimo incontro perso contro gli Springbok. Dopo essere ritornati nelle catacombe, riappaiono in superficie e lo stadio si sveglia in un boato. Poi si zittisce. Momento topico in mezzo al campo. Da una parte gli Springbok abbracciati e in fila, dall’altra gli All Blacks in formazione di battaglia. Un urlo scuote il Westpac: è iniziata l’haka, la danza maori per intimidire gli avversari. Noi li vediamo solo di spalle, ma ciò che ci arriva basta a farci capire che i Kiwi sono piuttosto incazzati.

Ma poi, per i primi quaranta minuti, la palla ovale ce l’hanno quasi sempre i sudafricani. Dopo soli 10 minuti gli All Blacks sono sotto di sei a zero. Lo stadio ammutolisce. Al 37º si risveglia. Sulla fascia si apre un varco, Barrett vi si infila con la palla incollata al corpo e prima di cozzare contro un marcantonio del Sudafrica, la passa a Goodhue che va in meta. Cinque punti e altri due su punizione. Alla pausa si va sul 7 a 6 per gli All Blacks.

Nel secondo tempo, i Kiwi giocano meglio, belle trame di gioco, con la palla che vola continuamente indietro, da una parte all’altra del campo, alla disperata ricerca di un varco per sfondare la linea di difesa avversaria. Al 79′, a un minuto dalla fine, siamo sul 16 a 9 per gli All Blacks. Sembra fatta. Invece, palla a campanile, due Springbok si lanciano in una corsa disperata per riagguantarla, gli All Blacks sembrano già con la testa negli spogliatoi o in un bicchiere di birra per festeggiare la vittoria. È meta per i sudafricani. 14 a 9. Punizione. 16 a 16. Pareggio. Da una parte gli All Blacks a capo chino, dall’altra ammucchiata degli Springbok.

Alla fine, stretta di mano tra gentiluomini, che per 80 minuti si sono presi a spallate, si sono placcati, buttati a terra. E anche sugli spalti siamo circondati da gentiluomini. Tifosi degli All Blacks e degli Springbok mischiati tra di loro, nessun segnaccio o sfottò, anche se corrono fiumi di birra. Alla fine della partita è un macello di bicchieri di plastica sulle gradinate. E poi, si esce tutti assieme, ordinatamente dalla stessa porta. Una cosa impensabile in Svizzera dove fuori dallo stadio si è scortati da cordoni di poliziotti in tenuta antisommossa. Qui, a Wellington, di polizia nemmeno l’ombra. Tutta la rabbia è stata consumata in campo, tra gentiluomini, appunto.

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