«Keep warm»

Non so se ve li ricordate quei sacchettini di stoffa pieni di noccioli di ciliegie o riso? Quelli, per intenderci, che si usano quando i bambini piccoli hanno le coliche o si hanno dolori alla cervicale. Beh, li ho ritrovati qui, in Nuova Zelanda. Le mie colleghe di ufficio li usano per lottare contro il freddo. Se li mettono sulle gambe quando sono sedute alla loro scrivania dopo averli scaldati per alcuni minuti nel forno a microonde. Già perché sfido chiunque a battere sulla tastiera con le dita irrigidite dal freddo. Ed è ciò che capita qui, soprattutto di mattina, quando si arriva in ufficio. 10° e una piccola stufa che fatica a scaldare il locale. Allora che si fa: beh, si lavora con la giacca. E prima di uscire di casa ci si veste a strati, preferibilmente iniziando con biancheria intima termica. E poi si ingollano litri e litri di tè caldo. Difficile capire perché i kiwi non abbiano costruito case meglio isolate, nonostante non siano tanto stoici da non accorgersi del freddo. Infatti, ti salutano spesso con un «keep warm».

Per esempio, la mia maestra di inglese, Fiona, da alcune settimane mi chiede di aiutarla ad isolare la sua casa, che è come un colabrodo: spifferi ovunque. Mi è venuto da sorridere quando mi ha domandato di applicare un foglio di plastica a bolle, quelli usati per imballare oggetti fragili, al vetro della finestra del suo bagno. Sembra sia un trucco molto efficace. Mah… E poi a scuola, nelle classi di Enea e Matilde a volte è un’ecatombe di ammalati. Tutti a casa perché raffreddati: «They have a cold». Sfido io! A 3° sopra lo zero girano scalzi, indossando maglietta e pantaloncini.

Ah, poi c’è un’ultima cosa: il coprimaterasso termico. È una goduria infilarsi tra lenzuola e piumone caldo quando nella stanza fa freddo. L’importante è non scordarsi di accenderlo un po‘ prima di andare a letto, dopo aver magari trascorso la serata davanti al fuoco immersi nelle pagine di un bel libro. Certo, all’inizio ti ci devi abituare a sdraiarti su una coperta riempita di resistenze, con la paura di beccarti una scossa elettrica e di finire come un condannato a morte.

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